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Espressioni letterarie

 

 

 

Poesie ‘mbriache Racconti Metafora Preghiera

 


 

 

domum

 
 


 
 
 
 
 
 
 
 Poesie  ‘mbriache
 

 

Index carminum

(date, ore e luoghi vari)

Osteria romana
Fontane romane
Dialogo tra il Potere e il Popolo
La Commugnone
Stile dannunziano
Dolce stil novo
Escursione
Cazzatina notturna
Lettera
Stile pascoliano
Stile ungarettiano


  


 
 
 
 
 
 
 
 

OSTERIA ROMANA



Annà per caso all’osteria;
entrà;
le strisce de la tenda che s’attorcijeno a le mano;
‘na zaffata de muffa de vino;
‘n’atavica puzza de sighero toscano.
Urli de briscola
che se frammischeno ar tressette.
“Un quarto”, “Hai perso”, “E’ corpa tua”,
“Nun capisci un cazzo!”.
Er marmo de li tavoli fa fresco in della sera,
le frasche coll’affreschi te fanno sincero er beve:
e canti e magni e giochi e polemizzi,
e mentre passa er tempo er popolo se pasce.
E sovra a tutto:
l’ostessa, enorme, comanna li vecchiacci. 

 

passatella

 

 

 


 
 
 
 

FONTANE ROMANE


C’e’  ‘na fontana che zampilla,
fai ‘n ‘ antro passo,
e zampilla ‘n’ antra fontana.
E zampillando zampillando te giri tutta Roma.
Ma che cazzo so’ tutte ‘ste fontane,
‘sto scroscio d’acque
che ner silenzio de la notte te fanno viva
la città che vivi?
Sorelle de mignotte,
colla stessa madre, Roma,
che ‘ja ‘nsegnato a tutte quante
de fa’ da compagnia
a chi cerca de sta’ solo ‘nsieme a lei. 
 
 
 

 

 

DIALOGO TRA IL POTERE E IL POPOLO


Disse er Porco all’Aquila sovrana:
“Io magno, m’engrasso e ‘un pens’a gnente”
“Sii” disse l’Aquila “tu magni e te sprofonni,
ma nun lo sai che poi chi scoppia*  è ‘a gente”

*"scoppia":  anziché scoppiare la panza del
                      porco, può scoppiare l'insurrezione!
  
 
 
 
 
 
 
 
 

LA COMMUGNONE



“Er Pane Sacro è  ‘ndispensabbile:
si volete la sarvezza eterna,
la Carne de Gesù, ch’è interna
dentr’ a quest’Ostia friabbile,

voi dovete da magnà co’ fede:
così nun c’è pericolo ch’er Fato
ve faccia da morì dentr’ar peccato.
Ve lo dich’io: beato a chi ce crede!”

“Santità, Voi c’avete raggione,
e onoramo er comannamento
che dice che ce vo’ la Commugnone:

però, ce sa più sacro quer momento
che fa er Cibo all’anima in unione,
si pur’ in panza mettemo un alimento!” 
 
 


 
 
 

STILE  DANNUNZIANO


Tu, dolcissima fanciulla
che nulla
al mondo vuole,
se non l’acerrimo sole che splende,
e ogni giorno più in alto risplende
in questa stagione avanzante
di fragole e rose:
ascolta.
Odi le fronde odorose
che il vento alle nari conduce;
vedi la luce
che informa le gemme primizie
che i fiori dapprima,
poi i frutti daranno solstizie.
Ascolta ed osserva,
animata da speme d’amore,
osserva quel sole che muore
ai nostri tramonti silvani;
non muore,
e risorge domani
e riscalda l’amore
che il giorno conserva
e alla notte riserva.
Osserva quel volo d’augelli
che volano a stormo
e tornano agl’alberi folti,
e posano piano,
e cantano piano
per non tormentare quel nulla che opprime,
t’opprime,
amara fanciulla. 

 


 
 
 
 
 

DOLCE STIL NOVO


Dolce ruscello dai monti sorgente
io paragono a colei che mi pare,
tra tutte le donne che infra la gente
sono, più buona e che più  bella appare.

Al suo apparire il sole fulgente
non rìfulge più, ma anzi scompare:
essa, freschissima luce ridente,
del pellegrino consola l’andare.

Dolcissima, chiara pelle di luna,
che Luna brama, ed invidia Amore,
piàcciati esser qui, dove veruna

donna mai degna vi fu del cuore
e dove un uom trovò mai nessuna
cui poter donare cotanto ardore.
  


 
 
 
 
 
 

STILE CARDUCCIANO

Escursione


Penso a quel Sole che spunta,
tramonta
sui monti che ammanta la neve
ed il prato fiorito
e la roccia, che brilla,
che rosa scintilla e rinnova quel mito pagano
che amo, prògenie di Luna montana e morgàna.
Penso alla Brenta, al Gran Sasso
che salgo con passo preciso;
e improvviso la vetta scompare
al di sotto,
ci appare in sua vece
una verde vallata cui penso
e che vedo se guardo più in basso,
laddove il mio passo ha lasciato un’impronta
ch’ho impressa per mille e più mille
momenti fuggenti ed eterni.
Montagna potente e lontana,
ti vedo Montagna tremenda e vicina,
ti sento, ti vedo e ti sento Montagna vicino
al mio esser bambino
che ama il tuo bosco, la valle,
la vetta rocciosa che teme
ed insieme che brama.
Montagna...che sei, tu, Montagna?
  


 
 
 
 
 
 
 

STILE GIUSTIANO

Cazzatina notturna


Un sonetto vorrei scriver
Per descriver quel che vo’;
ma la mètrica mi manca
e più scriverlo non so.
Accontentati fanciulla:
se due versi sono nulla,
non è “nulla” quel che sento
che mi spinge a tal cimento
per cui a scriverli li sto.
Io ti bramo, fanciullina,
però...amarti...non lo so.
Chi può dire: “so”, “non so”?
  


 
 
 
 
 
 
 
 

STILE CREPUSCOLARE

Lettera

Penso di scriverti una lettera seria
ma la miseria
della mia mente,
in questo punto m’opprime e preme,
pensando al dubbio delle mie brame,
al tuo desìo ch’è la mia speme,
pensando forse che non ti amo,
pensando forse ch’è forse ingiusto
distoglierti ora da quel tuo gusto
ch’amar ti fa il tuo amor lontano:
Non voglio turbarti mia cara fanciulla,
né credo di farlo con questa mia burla,
ma se nonostante ti stai tu turbando,
saper tu devi che non ti sto burlando.
...”Amor che ne la mente mi ragiona...”
Dei versi mi sovvengono in memoria,
che amor ricordano,
ma amicizia regna.
Non so se amor tra noi è regnante
ma certo amicizia è tra noi imperante,
(così io spero perlomeno, io,
e per facilitar la rima, ti dirò
ch’è il mio attual desìo.
Perchè amicizia regna nel mio cuore adesso
ma amor nel dubbio può mescolarsi in esso) 


 
 
 
 
 
 
 

STILE PASCOLIANO

 

Perchè a’ tuoi scherzi omai io sono inviso
e col pensier tu pensi ad altre cose?
né mi rinarri più, con pianto o riso,
de’ tuoi incerti passi spine e rose?

Eppur vedendo gli occhi del tuo viso
io vi scorgo le pupille erose  (1)
dal mal che coglie chi ha il cor diviso  (2)
e che le spemi sue fa esose.  (3)

Che vale allora, dolce fanciulla,
l’inebriamento ottuso nelle cose
che celano il tutto elevando il nulla?

Le tue risa di gioventù odorose
io non l’ascolto più, perchè le annulla
la lega (4) enorme che tra noi si pose.
 

Note:  1- “Erose”(fig.): erose dall’intenso scrutare
              2- “Dal mal...diviso”: il “mal” è l’incertezza
              3- “Esose”: esigenti (nel senso di sempre più irraggiungibili)
              4- “Lega” (misura metrica): distanza (in senso psicologico)

 

STILE  UNGARETTIANO

La crisi

"M' incazzo immensamente"
  

 

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Racconti

 

 

-Quando un libro aiuta

-Tedeschi

 

 

 

 

 

 

 

Quando un libro aiuta 

 

di

Carlo Favale



       E’ noto come le condizioni in cui si attua la vita di un individuo possano essere cagione di curiose coincidenze: a chi non è capitato di osservare la somiglianza, anche fisionomica, che intercorre talvolta tra un padrone e il suo cane, o il fatto di alzare la cornetta per telefonare a qualcuno e accorgersi che il qualcuno in questione è già in linea perché stava telefonandoci a sua volta? Anche nella mia vita si manifesta una coincidenza degna di nota.
      Io lavoro in città, ma abito in una località ad una quarantina di chilometri di distanza ed impiego circa un’ora di treno per recarmi in biblioteca: si, perché sono bibliotecario. E proprio questa attività e il mio quotidiano viaggio mattutino, sono motivo della coincidenza.
      Come molti pendolari sanno certamente, sulle “tradotte del lavoro” si vedono quasi sempre le stesse facce, molte si conoscono e con alcune si fa anche amicizia: tuttavia, alle 6,30 del mattino, pochi sono disposti a forme di socializzazione di particolare dinamismo ed entusiasmo. L’attività più diffusa è la lettura: di un giornale, di un libro, di un testo di studio, di un documento di lavoro. Alcuni scribacchiano: scolari che hanno tralasciato le fonti del sapere per non sottrarre tempo prezioso alla play-station, o professionisti che mettono a punto una relazione; si nota qualche computer portatile. Qualcuno pensa o sogna ad occhi aperti: così come, ad occhi aperti o chiusi, altri sonnecchiano. Una coppia di fidanzatini si tiene per mano in un silenzio gonfio di parole, rimpiangendo fin da subito il momento della separazione all’arrivo.
      Eccola la coincidenza della mia vita: quando scendo dal treno e mi reco in biblioteca trovo spesso una umanità non dissimile. Calati in un silenzio (stavolta non sonnacchioso, ma richiesto e dovuto) ritrovo altri che leggono, che studiano, che scrivono: anche quelli col computer. Ritrovo anche coloro che sognano ad occhi aperti e, più raramente, ad occhi chiusi. E, come ben sapeva chi scrisse “…galeotto fu il libro…”, capitano anche i fidanzatini.
      E’ in questo contesto di quotidiana familiarità che non potevo fare a meno di notare un nuovo personaggio. A dire la verità l’avrei notato comunque vista l’esteriorità della sua figura e, soprattutto, del suo atteggiamento.
      L’inusitato suo abbigliamento e la personalissima acconciatura avrebbero valso, di per se stessi, una curiosa osservazione e non di più. Indossava un paio di larghi calzoni di una già verde mimetica infilati in pesanti calzettoni di lana grigio topo (anche se nutro qualche dubbio sul fatto che il grigio dipendesse dal colore) a loro volta infilati in una sorta di sandali francescani. Il torso era intabarrato in un maglione alla norvegese che faceva il  pendant con i calzettoni (non solo per il grigio) e in quella che conservava le tracce di un’originaria, antica giubba di piuma.
      Il pelo che avvolgeva la cima era quantitativamente ammirevole, anche se non c’era una chiara distinzione tra l’onor del mento e il crine: la barba ed i capelli in unico groviglio, ricordavano i batuffoli di lana da materasso, sia nel colore che nella forma (e per l’odore dimostravano di aver avuto le stesse frequentazioni dei calzettoni e del resto). Sulla sommità del capolavoro una bandana nera (o quasi) era posta a corona di un naso camuso e di due occhi grandi, spalancati, spiritati e fissi. Fissi su di me.
      Ecco perché mi aveva colpito: non tanto per l’aspetto, ma per il fatto che mi fissasse. La carrozza era una littorina ed io ero seduto più o meno al centro: lui era salito in una stazione intermedia e per il resto del percorso non aveva fatto altro che fissarmi. Dapprima mi ero imbarazzato, poi avevo cominciato ad inquietarmi: non nascondo che mi era cresciuto un certo timore di aggressione violenta. Ma poi, un po’ per il fatto che non si muoveva, un po’ l’osservazione della tranquillità degli altri (e l’assicurazione della loro presenza), un po’ il tran tran ipnotico del treno sui binari, avevo cominciato a pensare che forse non ce l’aveva con me, che forse era strabico, che forse dormiva ad occhi aperti e così arrivai a destinazione definitivamente tranquillizzato. Non così nei giorni successivi. Per altri quattro giorni saliva alla stessa stazione, si poneva alla medesima distanza da me quale che fosse il posto che occupavo, e cominciava a fissarmi.
      Debbo dire sinceramente che ormai ero in uno stato di apprensione notevole e facevo il viaggio tenendolo discretamente, ma costantemente, sotto osservazione. Il terzo giorno, anche se non pioveva da settimane né era nelle previsioni, mi portai appresso un ombrello pieghevole da adoperare all’uopo a mo’ di manganello. Il quinto giorno, mentre sceso dal treno camminavo pensieroso verso il lavoro, giunsi alla risoluzione di rivolgermi alle forze dell’ordine. Sì, prima del ritorno a casa sarei andato dai carabinieri. Solo il fatto di aver preso questa decisione mi rasserenò e procedetti, finalmente a cuor leggero, verso la biblioteca.
      Espletate le normali attività preliminari cominciarono ad arrivare gli utenti. Chi chiedeva un libro in prestito, chi consultava i cataloghi, chi semplicemente leggeva i giornali o studiava o, comunque, si occupava di molte di quelle stesse cose che si facevano anche in treno. Ero lì ormai da un paio d’ore e, approfittando di un momento di quiete, stavo lavorando a documenti da aggiornare. Ad un certo punto, un po’ per distogliermi dalla concentrazione, un po’ perché forse attirato dal prolungato silenzio che mi avvolgeva, alzai lo sguardo oltre il mio banco di lavoro e lo vidi.
      Era lì, di fronte a me, alla stessa distanza che manteneva in treno. E mi fissava. Da quanto tempo? Il mio sguardo corse ad un tagliacarte che era lì a portata di mano e al telefono, a portata dell’altra mano. Stavo per prendere l’uno e l’altro quando, forse l’abitudine professionale che prevalse, gli domandai:
“Prego, desidera?”
Dopo un attimo di incertezza si avvicinò stancamente verso il banco, preceduto dai calzettoni e dal maglione. O meglio: dal loro odore. A distanza ravvicinata i suoi occhi, sempre spalancati, sembravano meno spiritati: quasi fiduciosi.
“Mi dica”
“Scusi, non sono pratico”
“Se posso esserle di aiuto…”
“Prestate libri, è vero?”
“Beh si, anche: è una delle nostre attività”
“Ecco, io avrei bisogno di un libro”
Avevo accantonato ormai la tensione e non pensavo più né al tagliacarte né al telefono. Il soggetto parlava con una voce pacata, tranquilla: velata da una certa tristezza, o quasi rassegnazione.
“E’ un libro preciso? Altrimenti può consultare i cataloghi per farsi un’idea”
“Le ho detto che non me ne intendo: non so come si fa. Non so neanche cosa cercare”
“Ma di cosa ha bisogno?”
“Medicine”
Mi stava per venire da rispondere “vada in farmacia!”, ma mi trattenni: nel mio intimo, un po’ ridendo e un po’ vergognandomi, pensai che il bibliotecario come il prete, il medico e l’avvocato, deve rispettare le esigenze di tutti e prestare il proprio aiuto.
“Ma, mi faccia capire: le interessa un trattato di farmacologia?”
“Beh, insomma, si, un libro che parli di medicine…come sono fatte…a cosa servono…”
“Ho capito. Adesso dò un’occhiata, ma non credo che abbiamo qualcosa del genere: vede, siamo una biblioteca di pubblica lettura non una biblioteca specialistica” risposi intanto che consultavo il catalogo informatizzato “Infatti…già…non abbiamo nessun testo tecnico in materia…però…ecco…ci sarebbe, se può interessarla, un testo del ‘700: ‘Dei rimedi che possono quando lenire et quando risanare li umani malanni’ “
“Va bene, va bene”
“Ma è un testo antico, ha un interesse storico, o letterario, più che tecnico”
“Va bene, va bene” cominciava a spazientirsi.
“A lei” dissi inserendo un segnalibro tra le pagine dopo aver registrato i dati da uno sdrucito documento dal quale si evinceva l’età di 38 anni: molti meno di quanti ne dimostrasse ”Può tenerlo per un mese: la scadenza è scritta sul segnalibro”
      Ringraziò e se ne andò. Per la verità non è che facessi molto conto nella puntuale restituzione. Anzi, proprio l’avrei dato ormai per disperso. Il libro! Anche lui, del resto, non si vedeva più sul treno, e, scevro del timore di ulteriori apprensioni, non ci pensai più.
      Dopo un po’ di tempo, mentre ero al mio posto in biblioteca, si presentò un distinto signore, vestito in un gradevole casual, totalmente rasato di capelli e di barba, dall’apparente età di 35, 40 anni. Doveva restituire un libro. Quando lo presi tra le mani trasalii: era quello che avevo dato un mese prima al derelitto del treno, ed erano passati esattamente trenta giorni.
“Ma…” stavo per esprimere la mia perplessità.
“Non si meravigli, egregio signore! Sono io la persona a cui ha dato il libro in prestito” disse ridendo allegramente e con uno sguardo sincero quanto sicuro di sé.
“Io non so cosa pensare” risposi “Mi verrebbe da credere che lei in questo libro di antica farmacopea abbia trovato l’elisir del benessere e della serenità!”
“In un certo senso. Ma se lei può allontanarsi posso volentieri soddisfare la sua curiosità, magari davanti ad un aperitivo, visto che è mezzogiorno: d’altra parte è un po’ anche merito suo se sono stato oggetto del mio manifesto rifiorire”
      Fu così che, nel tempo di un paio di bicchieri, mi spiegò come, circa quindici anni prima, aveva sposato una stupenda ragazza che lavorava nel suo avviato studio di commercialista e come, nel giro di un paio di anni, non solo era riuscita a farsi intestare tutte le proprietà, ma si era impadronita anche dei segreti, spesso delicati, dei clienti dello studio. Una volta ottenuto ciò si era anche trasformata sia fisicamente che psicologicamente. La graziosa ragazza, pur mantenendole, aveva seppellito le sue fattezze in una rudezza mascolina che (a suo dire) era utile per trattare con i clienti e con i rappresentanti del fisco: nell’intimità era poi sempre più trascurata fino ad una insopportabile trasandatezza. L’angelo della sua vita, approfittando dell’ormai conquistato potere, gli aveva sottratto anche, non solo il piacere dell’amore, ma anche il conforto dell’affetto e della sodale progettazione coniugale. Al pover’uomo non era rimasto neanche il lavoro, sia perché oramai era tutto nelle mani di lei, sia perché nel corso degli anni si era sempre più rinchiuso in una inane depressione.
      Un giorno pensò ad una possibile soluzione: pur mantenendo modi gentili ed affettuosi, cominciò a ridursi ad una larva repellente, nella speranza che ella fosse indotta a lasciarlo. Abbandono del tetto coniugale, separazione per colpa, conseguente riappropriazione della sua vita. Ma lei non ci cascava (ammesso che se ne fosse accorta): semplicemente lo ignorava. D’altra parte non è che lo vedesse molto.
      Poco tempo fa gli venne l’idea di cercare qualche rimedio che la facesse tornare quella che era stata: sotto quello strato di egoismo, cattiveria, sciatteria, doveva pure essere rimasta traccia dell’antica angelicità! Di qui il libro sui farmaci e la speranza di trovarne uno che potesse servire al recupero. Senonché nel corso di questo mese, vuoi per le tensioni del lavoro, vuoi per la malvagità accumulata, lei morì per arresto cardiaco, e così lui, anche se in realtà avrebbe voluto ritrovare il bel rapporto di una volta, si trovò tuttavia liberato.
      Dopo averlo salutato e avergli augurato una rinnovata e più felice vita futura, tornai al mio lavoro meditando sulla vacuità delle speranze umane e sulla dittatura del Fato che ci governa. Stavo ancora meditando su queste gravi ed immanenti questioni, quando, sfogliando con distratta curiosità  il libro che avevo prestato allo sventurato, mi accorsi che il segnalibro era collocato in corrispondenza del capitolo: ‘Veleni et altre sostanze naturali et alchemiche che possono arrecare nocumento fin anche morte”.

Pubblicato in: AIB-WEB   Il web dell'Associazione italiana biblioteche
Copyright AIB 7 giugno 2004, testo di Carlo Favale
http://www.aib.it/aib/contr/favale2.htm
 

 

 

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Tedeschi

di

Carlo Favale

 

C’è qualcosa nell’animo dei Tedeschi che mi dà da pensare: mi sorprendo a chiedermi se possano essere un popolo felice. Poco tempo fa avevo appena terminato di rileggere i “Tre uomini a zonzo” di Jerome K. Jerome e ne stavo parlando con un mio amico che la Germania sa bene dov’è dislocata.
Eravamo in macchina a Roma in un pomeriggio ferragostano e ci apprestavamo ad attraversare con prudenza un incrocio il cui impianto semaforico era fuori servizio (per inciso: questi “fuori servizio”, non solo semaforici, sono cose che costituiscono parte indissolubile degli agosto italiani). Avevo appena reinserito la marcia e stavo sollevando delicatamente il piede dal pedale della frizione, quando un bolide mi sorpassò sulla destra e attraversò l’ incrocio senza minimamente degnarsi di gettare un’occhiata di straforo a destra o a sinistra.
A parte il dovuto ed immancabile ‘guarda che fijo de ‘na mignotta!’, in quelle brevi frazioni di secondo mi sovvenne di formulare diverse ipotesi: poteva trattarsi di una specie di daltonico che aveva scambiato il giallo lampeggiante con il verde fisso; oppure di un ragazzetto incosciente fresco di patente, di quelli che ‘devono’ fare i ‘fichi’ davanti alla loro pisquana; poteva anche essere un criminale che sfuggiva alle forze dell’ordine (e mi aspettavo di ascoltare l’odiato sibilo lacerante della sirena: tra l’altro non capirò mai per quale arcano motivo non vengono adottate le sirene bitonali, fastidiosissime anche queste, ma certamente un po’ più sopportabili. Forse le nostre Beate Notabilità ritengono che più è il fastidio, tanto maggiore sarà la prontezza con cui la gente si scanserà: se è così, tanto di cappello alla loro acutissima sottigliezza di cervello. Laddove “sottigliezza” è da intendersi alla lettera).
Stavo elaborando queste ipotesi, quando feci appena in tempo a gettare una rapida occhiata alla targa del pazzo prima che l’ orizzonte dell’Olimpica la celasse definitivamente al mio sguardo, e mi avvidi che era Tedesco: Tetesco ti Norimberga.
Potete ben immaginare la mia sorpresa. Caspita! Il ‘Ligio’ per eccellenza, tetragonico Tèutone, un rappresentante dell’unico popolo al mondo che abbia la capacità di fare gli uomini per la legge, anziché la legge per gli uomini; un esemplare di quel popolo i cui componenti, qualora condannati dal tribunale, sarebbero capaci di impiccarsi da soli, se ciò fosse contemplato dai Codici: ebbene, Costui si era reso colpevole di così nefando delitto!
Giuro che mai avevo preso in considerazione l’ipotesi che un Tedesco che sia tale non solo di nome, potesse non dico tentare, ma anche soltanto desiderare di compiere un’azione al di fuori dei limiti imposti dallo Stato. Sia pure il non rispettare la precedenza  ad un incrocio stradale.

Io credo che perfino i banditi di quella prospera Nazione compiano i loro crimini rispettando la Legge. Magari al contrario.
Il bravo bandito Tedesco non si sognerebbe mai di compiere un’operazione lucrosa che non fosse perfettamente disonesta. ‘Rubare un’automobile’ si chiederebbe il buon bandito Tedesco ‘è previsto nell’ elenco delle azioni proibite dalla Legge?’. Se la risposta fosse sì, non avrebbe dubbi di sorta e compirebbe il suo delitto con la coscienza libera da ogni rimorso. Ma se per caso la Legge germanica non contemplasse esplicitamente il furto d’automobile tra le azioni vietate, il nostro teutonico criminale rinuncerebbe senza rammarico a quella fonte di guadagno.
Di quanto mi è accaduto son rimasto meravigliato ancor di più in quanto mi sono spesso divertito ad immaginare l’ automobilista Tedesco che avesse la sventura di imbattersi in un semaforo guasto in modo tale da segnare rosso e verde accesi contemporaneamente. Capita talvolta, e noi tutti sappiamo perfettamente quale sarebbe il comportamento dell’automobilista nostrano: verrebbe abbagliato dalla luce verde e non si accorgerebbe minimamente della coesistenza di quella rossa. Di più: per l’ italico al volante fermo ad un semaforo rosso che avesse una durata leggermente superiore a quella media, il primo pensiero sarebbe che è guasto. E passerebbe imprecando contro i responsabili che invece di badare a metter riparo ai guasti da ‘loro’ provocati, pensano solo ‘a magna’ a quattro ganasce’.
Provate ad immaginare l’imbarazzo del nostro buon Prussiano, per il quale è inconcepibile la possibilità che una cosa fatta dallo Stato possa guastarsi. Il poveretto non saprebbe veramente cosa fare: non potrebbe andare avanti perché è rosso, d’altra parte non potrebbe neanche restare fermo, perché con il verde acceso sarebbe d’intralcio. Né sarebbe in condizioni migliori il Poliziotto che dovesse assistere alla scena. Non potrebbe né multarlo né invitarlo ad andarsene (tra l’altro le manovre in prossimità degli incroci sono vietate), e peraltro sarebbe obbligato a fare sia una cosa che l’altra. A questo punto, salvo rivolgersi per via gerarchica alle Autorità Superiori le quali ‘certamente’ saprebbero trovare una soluzione legittima del caso, ai nostri non resterebbe che una sola speranza: il fortuito transitare di un ragazzino figlio di immigrati italiani, il quale astutamente e grazie ad una precisa fionda, caricata con un ben calibrato sasso, decidesse di spaccare l’una o l’altra delle due irrispettose luci.
Ma, sarebbe legittimo che vi chiedeste: ‘Come è possibile che un semaforo Tedesco possa rompersi in tal maniera?’. Suvvia, non siate ingenui!: evidentemente fu montato da manodopera italiana! Chiaro, no?!
Queste ed altre considerazioni facevo turbato al mio amico buon conoscitore della Germania, e gli chiesi se quello cui avevamo assistito fosse stato un caso eccezionale.

“Vedi” rispose “quello che dici è vero, ma accade in Germania: ciò che ci è capitato è avvenuto in Italia”

“Intendi dire che a casa loro si comportano bene e all’estero se ne fregano?”

“Non mi sembra giusto impostare così la questione. Sono brava gente, solo che hanno bisogno di…sfogarsi. C’è chi sostiene che al Tedesco piace venire in Italia perché può riaffermare a sé stesso la perfezione della sua Nazione confrontandola con l’eterno arrabattarsi della nostra. Può darsi, non voglio dire di no. Ma io sono convinto che il vero motivo per cui tanti Tedeschi vengono da noi, e anzi aumentano con l’aumentare delle campagne denigratorie che si fanno all’estero nei nostri confronti, sia un’altra.
Come tu dici è un popolo tetragono, che vive in virtù della Legge e dei Regolamenti. Il Tedesco abomina chi getta la carta in terra, non tanto per amor di pulizia o per timore della multa, ma semplicemente perché è ‘vietato’. Il giorno che venisse emanata in Germania una legge che obbligasse a gettare la spazzatura sul marciapiede davanti a casa, il Tedesco lo farebbe senza batter ciglio: nella certezza che se il Governo ha deciso così lo fa unicamente per il suo benessere. C’è da dire ad onor del vero che, almeno per quanto riguarda l’efficienza, il loro sistema ha quasi sempre funzionato egregiamente.
D’altra parte siccome tutto sommato non è una macchina, di tanto in tanto ha la necessità fisiologica di rilassarsi, di prendersi una vacanza. Il Tedesco ama venire in Italia perché ci considera continuamente sull’orlo del collasso e dello sfacelo: cosa c’è di meglio di un regno dell’eterna decadenza fisica e morale, per poter sfogare senza rimorsi il suo bisogno latente, molto latente invero, di ribellione? In un certo senso non è neanche ribellione, però: lui ritiene che nel nostro paese l’assumere costumi più rilassati sia obbligatorio, per cui in fondo non esce neanche un po’ dal suo schema mentale”

“Ma tutto quello che fa in Germania” gli controbattei “è previsto e ben ordinato: anche l’Oktoberfest di Monaco con tutta la sua confusione e con tutti i suoi eccessi, è cosa ben radicata nell’animo del Tedesco, il quale se in quei giorni non si aggirasse distribuendo con dovizia formidabili manate sugli ampi deretani delle cicciose ‘kellerone’ Bavaresi, gli sembrerebbe probabilmente di contravvenire a qualche regolamento non scritto. Del resto perfino le ubriacature in birreria sono metodiche e rituali: a ritmi altalenanti si beve, si canta, si orina, si rigetta, si ribeve…Ora non capisco come possa fare un Tedesco, che anche quando si ubriaca lo fa ordinatamente (almeno al suo Paese), ad adattarsi a commettere azioni ed infrazioni individuali e del tutto estemporanee, quando viene da noi”

“Ti sarà illuminante un episodio che mi è capitato qualche tempo fa. Rientravo dalla Germania dove ero stato per lavoro, e facevo il viaggio in treno insieme ad un mio conoscente di Amburgo che veniva per la prima volta in Italia con la famiglia. Durante tutto il viaggio fino al Brennero conversammo amabilmente del più e del meno: mi chiese quali fossero le cose più importanti da vedere e soprattutto si fece consigliare trattorie e ristoranti dove si potesse mangiar bene e a buon mercato.
Appena passata la frontiera mi accorsi che qualcosa in lui stava cambiando. Sembrava eccessivamente emozionato e di tanto in tanto si cavava di tasca un foglietto cui dava una rapida occhiata e poi riponeva con cura. Dopo Trento successe l’incredibile. Aveva terminato di bere una birra in piedi vicino al finestrino del corridoio: d’un tratto lo abbassò e gettò rapidamente il bicchiere di cartoncino al di fuori.
A Rovereto pose i piedi (con le scarpe) sul sedile di fronte.
A Verona gettò una bottiglietta vuota per terra sotto il sedile.
A Bologna si indignò aspramente con il controllore che voleva multarlo perché stava fumando in uno scompartimento in cui era vistosamente scritto “Rauchen verboten”.
A quel punto, spinto da una curiosità non disgiunta da una certa preoccupazione, gli chiesi spiegazioni del suo comportamento.
‘Vedi’ mi rispose candidamente ‘il motivo principale per cui sono venuto in Italia è poter fare tutte le cose proibite che voi fate liberamente: semel in anno licet insanire. Mi sono anche fatto preparare uno scrupoloso elenco delle cose più interessanti da alcuni miei amici che ci sono già stati, ed ho intenzione di rispettarlo a fondo. Piuttosto non capisco perché quel funzionario volesse multarmi: stavo solo fumando!!’
Beh! mi limitai a trattenere a stento un ironico risolino.”

1979

 

 

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METAFORA  DI  UNA  CONSULENZA  PER  TESI  DI  LAUREA

 di 

Carlo  Favale

 

U = utente

C = consulente

 
Colloquio telefonico  (con Utente genitore)

C  Pronto? Buongiorno
U  Bongiorno! Siete voi che date le informazioni?
C  Dipende da cosa si tratta: lei di cosa ha bisogno?
U  M’ ha detto la mia figliola che cerca roba pe’ cucinare: avete da suggerire qualchecosa?
C  Beh, dovrei avere qualche informazione più precisa: per esempio si riferisce al cibo o agli strumenti?
U  Ah! I’ non so niente: a me m’ ha detto qualchecosa pe’ cucina’!
C  Allora sarebbe meglio che parlassi direttamente con la ragazza: può passarmela?
U  A mo’ non ci sta: se n’ è andata a do’ solo Dio lo sa!
C  Allora guardi, le dica di ritelefonarmi direttamente o di mandarmi un’ email
U  Come? Deve telefonare mai?
C  Ho capito: le dica soltanto di ritelefonarmi!

 

Colloquio telefonico  (con Utente figlia)

 

C  Pronto? Buongiorno

U  Bongiorno!  M’ ha detto mia madre che dovevo richiamare: avete trovato qualchecosa pe’ cucina’?

C  Ecco, proprio di questo si tratta: avrei bisogno di qualche informazione più precisa: per esempio si riferisce al cibo o agli strumenti? O ci sono altri aspetti specifici tipo, ad esempio la dietetica?

U  Ma non capisco…si tratta…per cucinare…è ovvio…che serve?  Devo preparare un pranzo e mi serve qualchecosa pe’ preparare il pranzo!

C  Vede io ho bisogno per esempio di sapere se lei si riferisce al cibo: ci sono tanti cibi che possono essere cucinati in mille maniere diverse. Io dovrei sapere se lei ha delle preferenze: primi piatti (in questo caso, pasta, pasta ripiena, riso, minestre o altro) oppure secondi di carne o di pesce, oppure verdure o legumi; e poi ho bisogno anche di sapere se ha problemi dietologici o intolleranze alimentari e se ci sono limitazioni nel gusto (per esempio aglio, peperoncino o altro); utile anche sapere se si tratta di un pranzo leggero o di un pasto più sostanzioso; non ultime le bevande d’ accompagnamento. Importante anche i livelli di difficoltà nella preparazione e il tempo disponibile.

Insomma, signorina, è un discorso quello del cibo che dovremmo approfondire perché possa darle qualche suggerimento utile: sarebbe meglio che mi inviasse un’ email con una descrizione più precisa.

U  Ma non se tratta de la roba da magna’:  de quello c’ ho tutto tra dispensa, cantina, frighi grandi e grossi e congelatori de tutte le sorta. Posso sceglie’ quello che voglio, quando voglio e quanto ne voglio! 

C Ah! Vede che parlando arriviamo a capire a cosa si riferisce più precisamente? Abbiamo sgomberato il campo dalla questione cibo, quindi si tratta degli strumenti oppure delle tecniche di preparazione. Come lei saprà esistono numerosi attrezzi per la preparazione dei cibi: padelle, tegami, casseruole, pentole (di varie dimensioni e materiali); pentole a pressione; forni (a gas, elettrici, a legna, a microonde); griglie e barbecue; attrezzi vari tipo robot, frullatori, mixer e molti altri oggetti. Si tratta di scegliere dunque quali strumenti vuole adoperare? Tenga presente che per ogni tipo di preparazione ci vuole lo strumento giusto e che con ciascuno di essi si possono  cucinare i cibi in modo diverso,  per cui qui il problema sarebbe un altro, e cioè: ha preferenze nel tipo di cottura?

U  Ma no!  Io tengo  ‘na cucina che manco  ‘n’  albergo: posso usa’ quello che voglio…e poi…pe’ coce…che devo di’? basta ch’ è cotto!

C  Ma allora…mi faccia capire meglio!

U  E gliel’ ho detto: me serve qualchecosa pe’ cucina’, ma no’ quella roba li’ che m’ ha detto lei…

C Ma insomma, il cibo non è, gli strumenti non sono, le tecniche neppure…e che cosa resta…che si può pensare ancora…come si può fare…?

U  Ecco vede che ha capito?

C  Capito cosa?

U  Quello che me serve: Come se fa’?

C  Come se fa’ cosa?

U  Come se fa’ a cucina’!

C  Come se fa’ a cucina’!.....qualchecosa pe’ cucina’, aveva detto…come se fa’…Ma dica un po’: niente niente le serve un ricettario?

U  Ecco, il ricettario!  E tanto ce voleva?!


 


 

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Preghiera

 

Signore, ti ringrazio di avermi fatto vivere finora;

ti prego di perdonarmi per tutto il male che ho fatto e per tutto il bene che non ho fatto;

cercherò di essere migliore, di aiuto e di consolazione per gli altri e degno della tua benevolenza;

ti prego di aiutare tutti i miei cari vivi e tutti i miei cari morti, di avere misericordia per tutti i morti e di aiutare il mondo ad essere in pace e privo di mali. 

Amen!

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Ma anche:

Dammi, o Signore, una buona digestione ed anche qualcosa da digerire.
Dammi la salute del corpo, col buon umore necessario per mantenerla.

Dammi, o Signore, un'anima santa, che faccia tesoro di quello che è buono e puro,
affinché non si spaventi del peccato,
ma trovi alla sua presenza la via per mettere di nuovo le cose a posto.

Dammi un'anima che non conosca la noia, i brontolamenti, i sospiri e i lamenti,
e non permettere che io mi crucci eccessivamente per quella cosa troppo invadente che si chiama: "IO".

Dammi, o Signore, il senso del ridicolo.

Concedimi la grazia di comprendere uno scherzo,
affinché conosca nella vita un po'di gioia
e possa farne parte anche ad altri.

Così sia.

(San Tommaso Moro - da una pagina del "Libro d'Oro" - Parigi - 1549)

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